I consigli di lettura di Giorgio Vasta*
Ogni volta che leggo un libro, dopo un poco che l’ho letto il libro si trasforma. Non si tratta di un fenomeno eccezionale, succede a tutti, è una consunzione-evoluzione fisiologica, la metamorfosi di una percezione. Il libro si trasforma e dirama, riverbera costruendo connessioni rampicanti. Chiaramente questa metamorfosi non riguarda l’oggetto, il parallelepipedo di carta (che se ne resta sereno e intatto sul suo scaffale), ma la forma interna che la lettura di quel libro ha generato. Perché i libri letti (e forse non soltanto quelli letti) si disarticolano, si scompaginano, si piegano e si squagliano, sono come dei barbapapà in continuo mutamento dentro la nostra testa o, più spesso, dentro la nostra pancia.
Quello che segue è un elenco di libri trasformati, letti in tempi diversi e ancora presenti, in forme a volte anomale, dentro la mia percezione. Libri che poco a poco rivelano i loro materiali costitutivi, la loro forma grezza, e che si collegano ad altri libri e ad altre immagini.
Esemplare, in questo senso, perché fondato su una razionale caleidoscopia, è Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia. L’ha scritto Dario Voltolini e l’ha pubblicato Fandango nel 2006. Le scimmie è un nastro di scrittura lungo circa trentasette metri, una produzione di parole che non semplicemente si allunga ma soprattutto si allarga, una storia che non si costringe dentro stretti obblighi di trama, una lettura che dà un senso di libertà delle parole (ben diverso dalle parole in libertà). Questo libro mi fa venire in mente il pongo, più esattamente certi caroselli della televisione italiana degli anni Settanta, quelli in cui da un grumo originario di plastilina si generavano in successione teste e corpi, animali e macchine, strutture morbide e screziate sulle quali era ancora percepibile il lavoro dei polpastrelli. Nel libro di Voltolini le frasi sono fatte di pongo e ognuna, in legame moltiplicatorio con le altre, crea immagini e ogni immagine è stupore intelligenza e piacere.
Da poco ho letto Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina, pubblicato da Manni ad aprile del 2008. È un libro da subito prepotente, perentorio, con un protagonista, Dànilo Colombia, che è un picaro della disperazione, un calimero mannaro che attraversa furibondo Taranto Bari e la Brianza, una figura increspata e irritabile che emerge dalla sua stessa forma, procede impetuosa e spaccona, sbatte contro ogni cosa senza mai riuscire a sfondare niente, e allora Dànilo si riempie di rabbia perché la sua trama lo calpesta e le soluzioni immaginate sono sistematicamente autodistruzioni e non resta altro che sognare di divorare e di essere divorati mentre la storia, la storia di ognuno, intorno, è sempre e solo cenere.
La casa editrice Gaffi ha pubblicato Cagnanza e padronanza di Peppe Fiore. Sono dieci racconti. Se costruire frasi è l’artigianato di chi scrive, a me piacerebbe capire in che modo lavora Peppe Fiore, da dove proviene la sua gioia dell’alfabeto. Perché ogni frase di ognuno di questi dieci racconti, sfruttando il meccanismo elementare dell’associazione sostantivo-aggettivo e nutrendosi di una sintassi tentacolare, ha la capacità di aggiungere e contemporaneamente togliere un po’ di senso alle cose. Ma soprattutto in questo libro il linguaggio si fa invasione continua dilatando così la nostra percezione del mondo. Che poi, in sostanza, è quello che chiedo alla scrittura.
C’è un libro che periodicamente riprendo in mano. Non lo rileggo per intero, solo brani sparsi. È Jakob von Gunten di Robert Walser (pubblicato da Adelphi). L’avevo letto una quindicina d’anni fa e avevo pensato che fosse un libro per imparare ad andarsene. Andarsene via dagli altri, dai gruppi, dalle scuole, da tutto ciò che per un po’ di tempo si è condiviso. Ma senza rabbia, senza polemiche. Come in ogni altro libro di Walser le parole sono solidi elementari e servono a edificare i discorsi di Jakob, la sua asciutta impietosa meravigliosa pedanteria, i castelletti di senso che edifica nel corso di tutto il romanzo, anche goffi e comici, anche grotteschi, ma comunque piccole fortezze friabili, consapevolmente fallaci, messe in piedi per crollare e lasciare lo spazio utile ad andare via. Jakob von Gunten è un manuale di istruzioni per la fuga, per una fuga lenta ma sempre improvvisa imprudente e irrevocabile, un breve prontuario per un buon uso della diserzione. Senza mai specificare quale sia esattamente la meta di questa fuga, perché una meta esatta non c’è, c’è soltanto il raccogliersi nella forma della corsa e cominciare a correre.
E poi, per concludere, c’è un libro bellissimo e semicancellato, di quelli che nella migliore delle ipotesi si recupera vagando per una libreria del circuito remainder. È molto breve, una quindicina di pagine di testo effettivo, è stato scritto da Hugo von Hofmannsthal e si intitola Lettera di Lord Chandos. Nel 1902 von Hofmannsthal si mette nei panni del giovane Lord Chandos che scrive a Francis Bacon per raccontargli di essere precipitato in uno smarrimento linguistico dal quale pensa di non poter più venire fuori. La sua esperienza è quella di qualcuno per il quale le parole sono diventate cieche, non riescono più a vedere le cose, il mondo, brancolano per un poco e poi si fermano, si dimettono da se stesse. Su tutto incombe quella possibilità intrinseca allo scrivere, quella sorellastra impressionante e ininterrottamente presente, che è il non scrivere più. In quindici pagine lo sgomento calmo, la malinconia ultima e definitiva di fronte a ciò che è perduto e che perduto rimane. Von Hofmannsthal fa cominciare il Novecento letterario con una consapevolezza profonda, la stessa che innerverà gran parte delle scritture del ventesimo secolo: noi siamo gli artefici e, insieme, i sabotatori.
E questo, tutt’altro che un infortunio dell’invenzione, è il suo compimento. Il nodo nel quale la narrativa contemporanea, ancora, soffoca e respira.
Quello che segue è un elenco di libri trasformati, letti in tempi diversi e ancora presenti, in forme a volte anomale, dentro la mia percezione. Libri che poco a poco rivelano i loro materiali costitutivi, la loro forma grezza, e che si collegano ad altri libri e ad altre immagini.
Esemplare, in questo senso, perché fondato su una razionale caleidoscopia, è Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia. L’ha scritto Dario Voltolini e l’ha pubblicato Fandango nel 2006. Le scimmie è un nastro di scrittura lungo circa trentasette metri, una produzione di parole che non semplicemente si allunga ma soprattutto si allarga, una storia che non si costringe dentro stretti obblighi di trama, una lettura che dà un senso di libertà delle parole (ben diverso dalle parole in libertà). Questo libro mi fa venire in mente il pongo, più esattamente certi caroselli della televisione italiana degli anni Settanta, quelli in cui da un grumo originario di plastilina si generavano in successione teste e corpi, animali e macchine, strutture morbide e screziate sulle quali era ancora percepibile il lavoro dei polpastrelli. Nel libro di Voltolini le frasi sono fatte di pongo e ognuna, in legame moltiplicatorio con le altre, crea immagini e ogni immagine è stupore intelligenza e piacere.
Da poco ho letto Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina, pubblicato da Manni ad aprile del 2008. È un libro da subito prepotente, perentorio, con un protagonista, Dànilo Colombia, che è un picaro della disperazione, un calimero mannaro che attraversa furibondo Taranto Bari e la Brianza, una figura increspata e irritabile che emerge dalla sua stessa forma, procede impetuosa e spaccona, sbatte contro ogni cosa senza mai riuscire a sfondare niente, e allora Dànilo si riempie di rabbia perché la sua trama lo calpesta e le soluzioni immaginate sono sistematicamente autodistruzioni e non resta altro che sognare di divorare e di essere divorati mentre la storia, la storia di ognuno, intorno, è sempre e solo cenere.
La casa editrice Gaffi ha pubblicato Cagnanza e padronanza di Peppe Fiore. Sono dieci racconti. Se costruire frasi è l’artigianato di chi scrive, a me piacerebbe capire in che modo lavora Peppe Fiore, da dove proviene la sua gioia dell’alfabeto. Perché ogni frase di ognuno di questi dieci racconti, sfruttando il meccanismo elementare dell’associazione sostantivo-aggettivo e nutrendosi di una sintassi tentacolare, ha la capacità di aggiungere e contemporaneamente togliere un po’ di senso alle cose. Ma soprattutto in questo libro il linguaggio si fa invasione continua dilatando così la nostra percezione del mondo. Che poi, in sostanza, è quello che chiedo alla scrittura.
C’è un libro che periodicamente riprendo in mano. Non lo rileggo per intero, solo brani sparsi. È Jakob von Gunten di Robert Walser (pubblicato da Adelphi). L’avevo letto una quindicina d’anni fa e avevo pensato che fosse un libro per imparare ad andarsene. Andarsene via dagli altri, dai gruppi, dalle scuole, da tutto ciò che per un po’ di tempo si è condiviso. Ma senza rabbia, senza polemiche. Come in ogni altro libro di Walser le parole sono solidi elementari e servono a edificare i discorsi di Jakob, la sua asciutta impietosa meravigliosa pedanteria, i castelletti di senso che edifica nel corso di tutto il romanzo, anche goffi e comici, anche grotteschi, ma comunque piccole fortezze friabili, consapevolmente fallaci, messe in piedi per crollare e lasciare lo spazio utile ad andare via. Jakob von Gunten è un manuale di istruzioni per la fuga, per una fuga lenta ma sempre improvvisa imprudente e irrevocabile, un breve prontuario per un buon uso della diserzione. Senza mai specificare quale sia esattamente la meta di questa fuga, perché una meta esatta non c’è, c’è soltanto il raccogliersi nella forma della corsa e cominciare a correre.
E poi, per concludere, c’è un libro bellissimo e semicancellato, di quelli che nella migliore delle ipotesi si recupera vagando per una libreria del circuito remainder. È molto breve, una quindicina di pagine di testo effettivo, è stato scritto da Hugo von Hofmannsthal e si intitola Lettera di Lord Chandos. Nel 1902 von Hofmannsthal si mette nei panni del giovane Lord Chandos che scrive a Francis Bacon per raccontargli di essere precipitato in uno smarrimento linguistico dal quale pensa di non poter più venire fuori. La sua esperienza è quella di qualcuno per il quale le parole sono diventate cieche, non riescono più a vedere le cose, il mondo, brancolano per un poco e poi si fermano, si dimettono da se stesse. Su tutto incombe quella possibilità intrinseca allo scrivere, quella sorellastra impressionante e ininterrottamente presente, che è il non scrivere più. In quindici pagine lo sgomento calmo, la malinconia ultima e definitiva di fronte a ciò che è perduto e che perduto rimane. Von Hofmannsthal fa cominciare il Novecento letterario con una consapevolezza profonda, la stessa che innerverà gran parte delle scritture del ventesimo secolo: noi siamo gli artefici e, insieme, i sabotatori.
E questo, tutt’altro che un infortunio dell’invenzione, è il suo compimento. Il nodo nel quale la narrativa contemporanea, ancora, soffoca e respira.
* Giorgio Vasta è nato a Palermo nel 1970. Editor e consulente editoriale, insegna scrittura narrativa presso diversi istituti tra i quali la Scuola Holden e lo IED di Torino. Dal 1999 è stato curatore e poi direttore della collana di saggistica Holden Maps di Rizzoli. Ha collaborato come editorialista alla trasmissione Atlantis (Radio2 Rai) e fa parte della redazione di Nazione indiana. È ideatore e coautore di NIC. Narrazioni In Corso. Laboratorio a fumetti sul raccontare storie (Holden Maps/Rizzoli, 2005).Ha curato l'antologia di racconti Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani (Bur 2006) e nel 2007, con Edoardo Novelli, il libro fotografico di Alberto Negrin Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant'anni di scritte e manifesti politici(Bur). Un suo intervento è stato pubblicato nel volume Best off 2006, un altro nell'antologia I persecutori (Transeuropa 2007) e uno in Voi siete qui (minimum fax 2007).Il suo primo romanzo è Il tempo materiale, edito da minimum fax nel 2008 e candidato al Premio Strega 2009, e sempre per minimum fax ha curato l'antologia Anteprima Nazionale, edito nel 2009.





